GENERATIVITÀ: LA LIBERTÀ CHE CREA ALTRA LIBERTÀ

Comandare, guidare, decidere: nell’organizzazione umana è spesso necessario. Ma non è il fine. È uno strumento. Il fine vero, se vogliamo crescere come persone e come comunità di lavoro, è un altro: insegnare e imparare, insieme.
In questi anni stiamo pagando un prezzo alto alla stagnazione: colpisce individui, istituzioni, organizzazioni. La generatività nasce come risposta concreta a questo ristagno.

Cos’è, davvero, la generatività
La generatività è un modo nuovo (ma profondamente umano) di pensare e agire: personale e collettivo. Non è “buonismo”, non è una posa motivazionale. È azione socialmente orientata, creativa e responsabile, capace di immettere vita dove c’è inerzia: nel lavoro, nelle relazioni, nell’organizzazione, nella cura del simile, negli investimenti di tempo ed energie.
È un circolo virtuoso: mentre cerchi realizzazione personale, arricchisci il contesto sociale. E mentre il contesto cresce, tu cresci con lui.
In pratica, la generatività è quella spinta interna — la “voglia di realizzarsi” — che non si riduce a un gesto isolato: resta attiva, dialoga con le circostanze, corregge rotta, insiste. Non accetta la realtà “così com’è” come scusa per smettere di cercare.

Perché oggi siamo bloccati: il mito della libertà infinita
Le generazioni del dopoguerra e quelle successive sono cresciute con un mito: la libertà infinita come fatto individuale, e la realizzazione come consumo delle possibilità promesse dalla società tardo-capitalista.
La storia sta mostrando l’effetto collaterale: l’ipertrofia di libertà produce il suo opposto, cioè fame di sicurezza, “cultura del muro”, esclusione, separazione, settarismo. E intanto, sul piano personale, spesso si finisce nella stagnazione: una sequenza di capricci ripetuti, scambiati per identità.

Il punto cieco da superare
“La mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro” è diventata una formula abusata. Contiene un principio separativo: ognuno nel proprio recinto, e poi ci stupiamo se non nasce comunità.
La proposta della generatività è più esigente: la libertà non è pienamente matura se non genera altra libertà.
Libertà utile alle relazioni umane, alle strutture politiche, ai sistemi economici, alla società.
Questa trasformazione richiede due rotture nette:

  1. abbandonare il mito della produttività a prescindere (fare tanto non significa costruire bene);
  2. ripensare l’idea di comunità, uscendo dall’individualismo senza cadere nel collettivismo (che spesso è solo individualismo “di gruppo”).

Desiderio e generatività: senza fame di futuro non c’è crescita
Non c’è generatività senza desiderio. Non desiderio come capriccio, ma come “più vita”: quella fame di essere che ti proietta nel futuro e ti spinge a portare frutto.
Il desiderio vero crea inquietudine buona: ti impedisce di accontentarti.
La generatività è una delle forme in cui questo desiderio prende corpo: non un atto di generosità spot, ma una vita dinamica che si sviluppa nel tempo.
La generatività avanza come una spirale aperta: non una linea retta. Include errori, aggiustamenti, ripartenze. E non arriva mai a un “punto finale”: ogni risultato è una base per superarsi, non un trofeo da venerare.

Generatività come logica organizzativa (non come carisma)
La generatività non dipende da personalità carismatiche. A certe condizioni diventa una logica organizzativa: individui e gruppi acquisiscono capacità nuove di partecipare, migliorano l’ambiente, si responsabilizzano.
Un’organizzazione generativa:

  • investe in infrastrutture e beni comuni,
  • rigenera significati condivisi e identità collettive,
  • costruisce forme sostenibili di lavoro e produzione,
  • testimonia con i fatti (non con gli slogan).

Verso una società generativa: meno “opportunità”, più verità e visione lunga
Il problema del nostro tempo è anche culturale: spesso non cerchiamo più la verità, ma l’opportunità. E partiamo da presupposti soggettivi, riducendo ragionamenti complessi a slogan.
Una società generativa non è “pacificata”: accetta competizione tra controllo e perdita, tra vita e limite. Ma ha il coraggio di scommettere sul futuro: mettere al mondo e portare frutto, oltre l’immaginario consumerista.
E soprattutto cambia metodo: non solo problem solving (spegnere incendi), ma problem setting (capire quali problemi vale la pena affrontare, e come).

Francesco Prudenzano

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