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FISCO, UN RIEQUILIBRIO DEL CARICO: MENO PRESSIONE SU LAVORO E FAMIGLIE, MAGGIORE CONTRIBUTO DAI GRANDI SOGGETTI ECONOMICI

Negli ultimi anni si è consolidata una dinamica che vale la pena leggere con freddezza, senza slogan: la pressione fiscale “complessiva” può anche apparire in aumento, ma la composizione del gettito e la distribuzione del peso si stanno modificando.
In sintesi, una parte importante degli interventi ha alleggerito (in termini reali) lavoro dipendente e nuclei familiari; contemporaneamente, il gettito totale è cresciuto per effetto dell’ampliamento della base imponibile legato all’occupazione e per scelte di riequilibrio del contributo richiesto ai soggetti economici di dimensione maggiore. Se non si tiene insieme questo quadro, si finisce per discutere di un numero (la “pressione fiscale”) senza capire chi paga cosa e perché.
 
Famiglie e lavoratori: oltre 33 miliardi di tasse in meno
Le ultime manovre hanno inciso soprattutto su Irpef e cuneo, con una combinazione di interventi su aliquote e scaglioni, detrazioni e misure di riduzione del prelievo sul lavoro. L’obiettivo pratico è stato chiaro: aumentare il netto in busta paga e ridare margine ai redditi familiari. Nel loro complesso, queste misure hanno prodotto una riduzione di imposta stimata in oltre 33 miliardi, con effetti concentrati sulla platea dei lavoratori e delle famiglie.
 
Più gettito grazie all’occupazione e ai rinnovi contrattuali
Qui sta il punto che molti ignorano: se aumenta l’occupazione regolare, cresce la massa salariale dichiarata e, di conseguenza, aumentano entrate tributarie e contributive anche a parità di aliquote. È un fatto aritmetico, non un giudizio politico.
Lo stesso vale per i rinnovi contrattuali: quando gli adeguamenti salariali sono reali e non fittizi, generano contributi e gettito addizionale, oltre a sostenere consumi e tenuta sociale. Questo è particolarmente rilevante anche nel pubblico impiego, dove i rinnovi sono spesso trattati come “costo” e non come leva di stabilizzazione: è miope. Un rinnovo serio tutela il potere d’acquisto e produce effetti positivi anche sui conti pubblici.
 
Il contributo delle grandi imprese, delle banche e delle assicurazioni
Un secondo fattore riguarda il riequilibrio del contributo richiesto ai grandi soggetti economici. Negli ultimi anni si sono stratificati interventi che hanno aumentato, in forme diverse, l’apporto di imprese di maggiori dimensioni e di settori con redditività elevata o più consistente.
Qui serve un cambio di linguaggio: non si deve “punire” qualcuno ma ridurre asimmetrie e finanziare, in modo ordinato e prevedibile, obiettivi di interesse generale (lavoro regolare, produttività, servizi essenziali). Se il messaggio passa come “caccia al colpevole”, si perde credibilità e si alimenta solo un conflitto sterile.
Il punto sindacale serio è un altro: regole stabili, neutralità competitiva e un contributo proporzionato alla capacità economica, senza scorciatoie emotive.
 
Taglio del cuneo fiscale ed “effetto contabile”
C’è poi un aspetto tecnico che altera la percezione pubblica: una parte del taglio del cuneo è stata realizzata tramite strumenti che, nella contabilità nazionale, vengono registrati come spesa o trasferimento e non come minori entrate. Risultato: il lavoratore può avere un netto più alto, ma la “pressione fiscale” misurata sui conti può non scendere quanto ci si aspetterebbe, perché il beneficio non è contabilizzato interamente come riduzione di imposta.
Questo genera confusione e apre la porta a letture strumentali (“le tasse aumentano”), anche quando per molti contribuenti l’alleggerimento è reale.
 
Fiscal drag quasi neutralizzato, ma non basta
Le analisi disponibili mostrano che l’erosione da fiscal drag è stata contenuta rispetto al passato, ma il problema non è affatto “risolto” in modo strutturale. Tra il 2019 e il 2023, ad esempio, il reddito lordo è cresciuto molto meno dell’inflazione (circa +6,8 per cento a fronte di +17,2 per cento): senza correttivi, questo si traduce in un aggravio fiscale implicito sui redditi da lavoro. Il punto non è attribuire meriti o colpe a governi di turno: è che, finché non esiste un meccanismo automatico di protezione (su scaglioni, detrazioni e parametri chiave), ogni fiammata inflattiva diventa una tassa occulta sul lavoro.
 
Le tre proposte di Confintesa
Per prima cosa, taglio del cuneo stabile e semplice. Meno misure “a incastro” e più riduzione strutturale del costo del lavoro, con effetti chiari e permanenti in busta paga. Subito dopo serve uno scudo anti–fiscal drag con una indicizzazione o revisione periodica automatica di scaglioni e detrazioni, per impedire che l’inflazione trasformi gli aumenti nominali in maggiore tassazione reale. Ed infine una destinazione trasparente del maggior gettito. Una quota definita delle maggiori entrate generate da occupazione e massa salariale deve tornare al lavoro e servizi: rinnovi contrattuali adeguati (pubblico e privato), formazione, sicurezza, sostegno alla produttività e alla coesione sociale. Se lo Stato incassa di più perché lavora più gente e i salari si riallineano, non può usare quel gettito per rinviare i rinnovi o comprimere i servizi.
Il quadro che abbiamo davanti dice questo: negli ultimi anni il prelievo si è orientato verso un maggiore equilibrio, con alleggerimenti sul lavoro e un contributo più marcato richiesto ai grandi soggetti economici, mentre il gettito complessivo è cresciuto soprattutto perché è cresciuta la base imponibile.
Da qui discende la nostra linea sindacale: un fisco che premia il lavoro regolare, sostiene investimenti produttivi, protegge dall’inflazione fiscale e traduce il maggior gettito in rinnovi e servizi misurabili.
 

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