POVERTÀ OGGI, PENSIONE DOMANI: L’ITALIA CHE DEVE PENSARE AI SUOI FIGLI
Leggere i numeri della povertà in Italia dovrebbe spingere la politica a interrogarsi non soltanto sul presente, ma soprattutto sul futuro. Perché dietro le statistiche ci sono famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, giovani che rinunciano a costruirsi un futuro e bambini che crescono in condizioni economiche difficili.
Gli ultimi dati Istat disponibili sulla povertà, riferiti al 2024, parlano di oltre 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, pari al 9,8% della popolazione residente. A queste si aggiungono oltre 8,7 milioni di persone in povertà relativa, il 14,9% dei residenti. Sono numeri che, pur riferendosi a condizioni statistiche diverse e quindi non possono essere semplicemente sommati come se rappresentassero 14,4 milioni di persone distinte, danno comunque la dimensione della fragilità economica presente nel Paese.
La povertà assoluta, in particolare, indica una condizione nella quale la famiglia o la persona non dispone delle risorse necessarie per acquistare un paniere di beni e servizi considerati essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile.
Il problema diventa ancora più serio se si guarda un Paese che si impoverisce e invecchia
L’Italia ha una popolazione che si sta riducendo e contemporaneamente invecchia. Le nuove generazioni sono sempre meno numerose, mentre cresce il peso della popolazione anziana. Secondo Istat, nel 2024 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18, un minimo storico. Questo significa che il sistema previdenziale del futuro dovrà fare i conti con un rapporto sempre più difficile tra chi lavora e chi è in pensione.
Ed è proprio in questo scenario che assume particolare interesse la proposta annunciata dalla ministra del Lavoro Marina Calderone: lavorare alla possibilità di istituire un fondo previdenziale per i nuovi nati, da costruire insieme all’Inps e successivamente sottoporre al confronto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Calderone ha dichiarato che si tratta di un’ipotesi sulla quale si lavora da tempo e che potrebbe essere inserita nella prossima legge di bilancio, qualora ne venissero definite sostenibilità e modalità.
L’idea, per come viene prospettata, è semplice ma ambiziosa: cominciare a costruire la pensione di una persona praticamente dal giorno della sua nascita. Il principio potrebbe essere quello di creare una posizione previdenziale individuale per ogni bambino alla nascita, inizialmente sostenuta dallo Stato. Con la crescita del bambino potrebbe poi entrare in gioco la famiglia, attraverso versamenti volontari, e successivamente il lavoratore, attraverso la contribuzione durante la vita professionale.
È un cambio di prospettiva importante.
Oggi siamo abituati a pensare alla pensione come qualcosa che riguarda la parte finale della vita lavorativa. Un fondo costruito dalla nascita rovescerebbe completamente questa impostazione: la previdenza diventerebbe un progetto che accompagna una persona per tutta la vita.
Il vantaggio potenziale è evidente: iniziare molto presto significa avere decenni a disposizione per accumulare capitale e beneficiare della capitalizzazione dei rendimenti. Ma proprio per questo occorre evitare che l’idea venga presentata come una soluzione miracolosa.
Un fondo previdenziale alla nascita non può sostituire il lavoro, salari adeguati, una pensione pubblica sostenibile e politiche efficaci contro la povertà. Può, eventualmente, essere uno degli strumenti di una strategia più ampia.
Ed è qui che la proposta apre una questione politica e sociale ancora più grande.
Come si può chiedere a una famiglia in difficoltà di pensare alla pensione di un figlio appena nato quando quella stessa famiglia magari non riesce a sostenere adeguatamente le spese quotidiane? Il problema non è soltanto culturale. È economico. Una famiglia benestante potrebbe aggiungere ogni anno una somma significativa al fondo del figlio. Una famiglia che vive in povertà assoluta, invece, potrebbe non riuscire a versare neppure un euro.
Il rischio, se il sistema non fosse progettato correttamente, sarebbe quindi quello di creare una nuova disuguaglianza previdenziale: bambini che arrivano all’età adulta con un consistente patrimonio pensionistico e altri che partono praticamente da zero. Per questo l’eventuale intervento pubblico dovrebbe essere strutturato in modo tale da garantire a tutti una base realmente significativa, indipendentemente dal reddito dei genitori. Altrimenti il fondo rischierebbe di diventare soprattutto uno strumento per chi già dispone di risorse.
C’è poi un’altra domanda che non può essere elusa. La nostra Costituzione stabilisce all’articolo 36 che il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e comunque sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Ma di fronte a milioni di persone che vivono in condizioni di povertà, è inevitabile chiedersi quanto questo principio riesca oggi a tradursi concretamente nella vita quotidiana.
Dire che la Costituzione è “carta straccia” sarebbe però una provocazione politica, non una descrizione giuridica della situazione: l’articolo 36 resta pienamente vigente. Il problema è piuttosto quanto la realtà economica e lavorativa del Paese sia distante dall’obiettivo indicato dalla Costituzione.
E i dati sulla povertà rendono questa distanza difficile da ignorare.
Nel 2024, inoltre, Istat rileva che la povertà assoluta colpisce in modo particolarmente grave le famiglie con persona di riferimento giovane e quelle con minori; sono circa 1,28 milioni i minori in povertà assoluta, pari al 13,8% dei minori residenti. È questo forse il dato più inquietante: la povertà non riguarda soltanto il presente degli adulti, ma rischia di condizionare il futuro dei bambini.
Ecco allora la vera sfida.
L’idea di costruire un fondo pensionistico dalla nascita può essere interessante. Ma non può diventare un alibi per rimandare le questioni più urgenti.
Un bambino ha bisogno oggi di una famiglia che possa permettersi una casa, di un’alimentazione adeguata, di servizi sanitari e scolastici efficienti, di opportunità educative e, soprattutto, della possibilità di crescere senza partire da una condizione di svantaggio economico.
La pensione verrà dopo.
Per questo un eventuale fondo previdenziale per i nuovi nati dovrebbe essere accompagnato da un principio molto chiaro: nessun bambino deve essere penalizzato economicamente dalla famiglia nella quale nasce.
Lo Stato potrebbe garantire una dotazione iniziale uguale per tutti e prevedere meccanismi progressivi: maggiori contributi pubblici per i bambini appartenenti alle famiglie con redditi più bassi e incentivi per le famiglie che possono aggiungere risorse proprie.
In questo modo la proposta avrebbe anche una funzione redistributiva, oltre che previdenziale.
L’Italia ha davanti due emergenze che in realtà sono una sola: la povertà e l’invecchiamento della popolazione. Se oggi milioni di persone non riescono a vivere dignitosamente, domani sarà ancora più difficile garantire un sistema previdenziale solido se continueranno a nascere sempre meno bambini e se una parte crescente della popolazione sarà anziana.
La proposta di Calderone può dunque rappresentare un’occasione per aprire una discussione seria sul futuro della previdenza. Ma quella discussione deve partire da una consapevolezza: non si può chiedere alle famiglie di risparmiare per il futuro quando una parte di esse non riesce a soddisfare i bisogni fondamentali del presente.
Il vero investimento sul futuro dell’Italia, alla fine, non è soltanto un fondo pensione aperto alla nascita. È fare in modo che ogni bambino che nasce abbia la possibilità di diventare un adulto istruito, formato, occupato e adeguatamente retribuito.
Perché la pensione di domani si costruisce anche con il lavoro di oggi. E il lavoro di domani si costruisce con i bambini di oggi. Quindi s0èe vogliamo davvero salvare il sistema previdenziale, forse dobbiamo smettere di considerare i nuovi nati soltanto come futuri pensionati e cominciare a considerarli per quello che sono: il più importante investimento che un Paese possa fare sul proprio futuro.
