PRIMO MAGGIO: LA FESTA DI CHI NON C’È

Mentre i palchi si montano, il lavoro reale chiede altro.

Il Primo Maggio è la Festa dei Lavoratori. Ma quali lavoratori? Quelli del concertone, con il palco pagato dalla CGIL e gli applausi in mondovisione? Quelli dei convegni, dove si discute di salario minimo tra persone che non ne avrebbero bisogno? O quelli che il primo maggio lavorano — nei ristoranti, negli ospedali, nelle piattaforme di delivery, nelle cooperative — e che di quella festa non sono ospiti ma comparse?

La retorica del Primo Maggio ha un problema strutturale: celebra un’idea di lavoro che non esiste più. Il lavoro a tempo pieno, a tempo indeterminato, in un’azienda riconoscibile, con un contratto leader firmato dalle organizzazioni giuste. Quel lavoro esiste ancora, naturalmente. Ma non è più il lavoro. È un lavoro. Accanto a lui ci sono milioni di rapporti che non entrano nelle categorie tradizionali: i rider, i collaboratori delle associazioni, i lavoratori domestici, gli operai agricoli stagionali, i tecnici delle microimprese. Per loro il Primo Maggio è un giorno come un altro, con l’aggiunta di un senso di esclusione.

Quest’anno il Governo ha scelto il Primo Maggio per approvare il decreto sul “salario giusto.” La scelta simbolica è intenzionale: associare la data alla risposta. Ma la risposta è parziale. Condizionare gli incentivi all’occupazione al rispetto del trattamento economico dei contratti leader è un principio giusto. Ma senza definire chi è “leader” e come lo diventa, il principio resta una dichiarazione di intenti. Il decreto ha messo il paletto. La recinzione — cioè il sistema di regole che rende quel paletto efficace — non c’è.

In questo vuoto, Confintesa ha fatto una scelta che può sembrare presuntuosa ma è semplicemente logica: ha scritto la recinzione. Una proposta di legge depositata al CNEL e alla Camera che introduce sei criteri oggettivi per certificare la qualità dei contratti collettivi. Non basati su chi firma — basati su cosa contiene. Un test che si applica a tutti, inclusi i nostri contratti. Perché se chiedi regole per gli altri e non le accetti per te, non stai chiedendo regole: stai chiedendo un privilegio.

Il problema del lavoro italiano non è l’assenza di contratti. È l’assenza di un metro. Ci sono oltre mille CCNL depositati al CNEL. Tra questi ci sono anche contratti eccellenti firmati da organizzazioni piccole e contratti mediocri firmati da organizzazioni grandi. Ma il sistema non distingue: conta il firmatario, non il contenuto. Il risultato è che la qualità non viene premiata e la mediocrità non viene sanzionata. Chi è dentro il perimetro può fare quello che vuole. Chi è fuori deve giustificare ogni virgola.

Confintesa è un sindacato organico con impronta generativa. Non è uno slogan: è un criterio operativo. Organico significa che ogni parte — la contrattazione, la bilateralità, la previdenza, la sanità, la formazione — è collegata alle altre e concorre a un risultato misurabile. Generativo significa che l’obiettivo non è la conservazione ma la produzione di valore: per i lavoratori, per le imprese, per il sistema.

In un anno abbiamo portato Plurifonds e Seraphis in ogni contratto del portafoglio. Abbiamo costruito un CCNL per i rider delle piattaforme di delivery. Abbiamo pubblicato su contrattipirata.it schede analitiche trasparenti di ogni nostro contratto — con i punti di forza e i punti di debolezza esposti allo stesso modo, perché la trasparenza non è selettiva. Abbiamo risposto pubblicamente alle critiche accademiche sul nostro metodo. E ci siamo presentati al Festival del Lavoro come Main Sponsor, non come ospiti.

A chi ci chiede cosa pensiamo del Primo Maggio, rispondiamo che il modo migliore di onorare il lavoro non è celebrarlo un giorno all’anno. È costruire ogni giorno le condizioni perché sia misurato, tutelato e retribuito secondo regole che valgano per tutti.

Nessun sindacato è più alto della verità. E la verità è che il sistema attuale non funziona non perché manchino le buone intenzioni, ma perché mancano le regole.

Francesco Prudenzano

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