IL DECRETO DEL PRIMO MAGGIO E L’ARTE DI NON SCEGLIERE
Il Governo condiziona gli incentivi al “salario giusto” ma non dice chi lo stabilisce. Una scelta che è un’assenza di scelta.
C’è un gesto politico che dice più di qualsiasi norma: scegliere di non scegliere. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei Ministri in occasione del Primo Maggio 2026 è esattamente questo. Un provvedimento che riconosce l’esistenza del problema — i contratti al ribasso, il dumping salariale, la frammentazione contrattuale — e poi si ferma un metro prima di risolverlo.
L’articolo 8 del decreto stabilisce che l’accesso agli incentivi all’occupazione è condizionato al rispetto del “trattamento economico complessivo” dei contratti stipulati dalle organizzazioni “comparativamente più rappresentative.” Il principio è giusto. Chi non paga il salario giusto non deve accedere ai benefici pubblici. Ma la norma si applica solo ai fini degli sgravi contributivi, non come obbligo generale. E soprattutto, non dice una parola su come si misura la rappresentatività comparativa.
Chi è “comparativamente più rappresentativo”? Con quale soglia? Misurata dove? Da chi? Con quali dati? Il decreto tace. E nel silenzio della norma, la risposta la dà la consuetudine: le organizzazioni che siedono da sempre ai tavoli, indipendentemente dal contenuto del contratti.
Non è un’omissione tecnica. È una scelta politica. Definire la rappresentatività significherebbe misurarla lasciando libertà di scelta per la propria rappresentanza a aziende e lavoratori. Misurarla, una volta lasciata libera la scelta, significherebbe scoprire che il re è nudo: che alcune organizzazioni “comparativamente più rappresentative” potrebbero arrivare a rappresentare meno di quanto si pensi, e che alcune organizzazioni escluse dal tavolo potrebbero rappresentare più di quanto si voglia ammettere. Nessuno — né il Governo, né le grandi confederazioni, né le associazioni datoriali dominanti — ha interesse a che questo accada.
Il risultato è un decreto che mette un paletto sugli incentivi senza costruire la recinzione. Condiziona gli sgravi al salario giusto ma lascia che “giusto” sia definito da chi ha sempre definito tutto. Non è riforma. È ratifica dello status quo con lingua nuova.
Quello che il decreto fa bene
Sarebbe ingeneroso non riconoscere gli elementi positivi. Il Capo III sulle piattaforme digitali è un avanzamento reale. La presunzione di subordinazione in presenza di eterodirezione algoritmica, l’obbligo di un solo account per codice fiscale, il contrasto al caporalato digitale con sanzioni specifiche, la tracciabilità delle consegne nel libro unico del lavoro: sono misure concrete, non dichiarazioni di principio. Confintesa le ha anticipate nella contrattazione collettiva e le rivendica come conferma di una linea.
L’articolo 11 sui rinnovi contrattuali introduce due meccanismi utili: la retroattività degli incrementi dalla scadenza naturale del contratto e l’adeguamento automatico IPCA dopo dodici mesi di vacanza contrattuale. Chi lascia scadere i contratti per inerzia paga un prezzo. La decadenza del contributo di assistenza contrattuale dopo dodici mesi toglie a qualcuno la rendita dell’immobilismo.
Il nuovo incentivo alla stabilizzazione dei contratti a termine per under 35 è un segnale nella direzione giusta: non solo assunzioni, ma trasformazioni. Non solo flessibilità in entrata, ma impegno alla continuità.
Quello che il decreto non fa
Non definisce la rappresentatività. Non istituisce un sistema di misurazione basato sulla par condicio. Non crea un registro qualitativo dei contratti. Non distingue tra chi fa contratti seri e chi fa contratti al ribasso, se non attraverso l’autointerpretazione di una formula — “comparativamente più rappresentative” — che dice tutto e non dice niente.
Ha stralciato la sicurezza sul lavoro: l’innalzamento dell’indennità INAIL, la copertura per i caregiver familiari, l’assicurazione per i volontari di protezione civile. Ha rinunciato al Fondo Nuove Competenze e al potenziamento del Ministero del Lavoro. Il decreto che doveva essere la risposta strutturale del terzo Governo Meloni al mondo del lavoro è arrivato in Gazzetta dimezzato.
Quello che serve
Serve quello che nessuno ha il coraggio di fare: un sistema di certificazione della qualità dei contratti collettivi. Non basato su chi firma, ma su cosa contiene. Non fondato sulla dimensione organizzativa — che premia la rendita storica — ma su parametri verificabili: minimi conformi all’art. 36 della Costituzione, previdenza complementare presente, sanità integrativa operativa, bilateralità funzionante, tutele normative effettive.
Confintesa lo ha scritto. Tredici articoli, relazione illustrativa, analisi tecnico-normativa, copertura finanziaria. Depositato al CNEL nel novembre 2025, depositato da parlamentari sensibili alla Camera dei Deputati nell’aprile 2026. Un test antidumping che si applica a tutti — inclusi noi. Chi supera il test viene certificato. Chi non lo supera viene escluso. Indipendentemente dalla sigla.
Il decreto del Primo Maggio ha dimostrato che il Governo sa che il problema esiste. Non ha dimostrato di volerlo risolvere. La proposta è sul tavolo. Il semestre di confronto che si apre con il Festival del Lavoro dirà se qualcuno ha intenzione di raccoglierla.
Un paletto senza recinzione non contiene nulla. Ma è già qualcosa: segna il punto dove la recinzione dovrà passare.
Francesco Prudenzano
Segretario Generale – Confintesa
