CONFINTESA: LA FINE DELLE FAZIONI

“…per quem rem publicam a dominatione factionis oppressam in libertatem vindicavi.” — Res Gestae divi Augusti

C’è una frase che Augusto ha fatto incidere nella pietra prima di morire. Non dice “ho vinto le guerre”. Dice: “ho liberato la repubblica dalla dominazione delle fazioni.”
Non è retorica. È la diagnosi più lucida che la storia occidentale abbia mai prodotto sul perché i sistemi collassano e su come si ricostruiscono.
Le fazioni non sono il sintomo di un sistema malato. Sono ciò che rimane quando un sistema ha smesso di avere uno scopo.

Quello che non vogliamo vedere
Il sindacalismo italiano oggi è, nella sua struttura profonda, un’economia della contrapposizione. Visibilità significa scontro. Legittimazione significa piazza. Consenso significa nemico comune. Il mio non è un giudizio morale: è una descrizione meccanica di come funziona il sistema.
Il problema è che questo meccanismo è razionale nel breve periodo. La protesta è immediata, misurabile, visibile mentre la costruzione è lenta, invisibile, e spesso ingrata.
Ma c’è qualcosa che questo meccanismo non produce mai: trasformazione reale. Produce rumore, folklore, movimento. Ma non produce ordine.
E qui sta il punto che Confintesa deve avere il coraggio di guardare in faccia: entrare anche solo parzialmente nella logica della fazione significa aver già perso. Non perché si è nel torto, ma perché si sta giocando su un terreno costruito da altri, con regole scritte da altri, verso un risultato che serve ad altri.

Augusto non ha dialogato con le fazioni
Ha fatto qualcosa di più radicale e più intelligente: le ha rese inutili.
Non ha vietato il conflitto, lo ha assorbito, non ha comprato il consenso, ha offerto qualcosa per cui valeva la pena stare dalla sua parte, non ha costruito un’alleanza di tutti, ha costruito un centro talmente funzionante che starne fuori era una perdita, non una scelta eroica.
Le factiones non sono scomparse perché qualcuno le ha combattute ma perché non servivano più a nulla.
Questa è la mossa che manca. Non più protesta, non più risposta, non più posizionamento ma fondazione.

Cosa tiene in vita una fazione
Le fazioni non nascono per cattiveria o stupidità di chi le anima ma nascono dove esiste un vuoto, e prosperano finché quel vuoto non viene colmato da qualcos’altro.
Il primo vuoto è la mancanza di un fine che superi la somma degli interessi individuali. Quando non c’è una missione condivisa, ciascuno combatte per sopravvivere a discapito degli altri, e il conflitto diventa l’unico linguaggio disponibile.
Il secondo vuoto è l’assenza di luoghi dove contare davvero. Le fazioni danno appartenenza a chi non la trova altrove, sono identità sostitutiva. Chi ha un ruolo reale, un percorso riconosciuto, una funzione che produce risultati visibili, non ha bisogno di una fazione per esistere.
Il terzo vuoto è culturale: quando manca una gerarchia condivisa di ciò che vale e ciò che non vale, tutto diventa negoziabile, e il più rumoroso vince. La fazione prospera nel relativismo, non nel pluralismo.
Finché questi tre vuoti esistono, le fazioni torneranno. In forme diverse, con nomi diversi, ma torneranno.

La soglia difficile
C’è una mossa controintuitiva al centro di tutto questo, e vale la pena nominarla esplicitamente perché è la più difficile da accettare.
Smettere di parlare delle fazioni come problema e iniziare a parlare solo di ciò che le rende superflue.
Non “vietiamo X”, ma “qui si fa Y”; non “attenzione al rischio”, ma “questa è la via che regge”; non “loro sono pericolosi”, ma “noi siamo la risposta operativa”; non il linguaggio dell’indignazione ma il linguaggio dell’utilità.
Ogni volta che Confintesa dice “contro”, cede qualcosa, ogni volta che si posiziona in reazione, legittima ciò a cui reagisce, ogni volta che usa la piazza come metro di misura, accetta le regole di un gioco che non può vincere, perché non è il suo gioco.
Il gioco di Confintesa è un altro. È più lento, più tecnico, meno fotogenico, e infinitamente più potente nel lungo periodo.

Cosa significa diventare infrastruttura
Le fazioni sono voci. L’ordine è infrastruttura.
C’è una differenza abissale tra un soggetto che prende posizione e un soggetto senza il quale il sistema non funziona. Il primo può essere ignorato, attaccato, marginalizzato. Il secondo no perché toglierlo significa fermare qualcosa che serve a tutti.
Questo è il territorio dove Confintesa deve costruire la sua presenza: contratti che reggono nel tempo, enti bilaterali che erogano servizi reali, formazione che produce competenze spendibili, welfare che arriva dove lo Stato non arriva. Luoghi dove le decisioni avvengono davvero non in risposta alla piazza, ma nonostante essa.
Chi è lì conta, chi resta fuori, anche se urla, diventa progressivamente irrilevante.
Non è una questione di potere nel senso grezzo del termine ma di necessità: quando imprese, lavoratori e istituzioni iniziano a regolarsi tenendo conto di Confintesa, la partita è vinta senza essere giocata.

La verità che costa
Questa via è più difficile della protesta. Richiede competenza dove è più comodo usare l’indignazione. Richiede continuità dove è più visibile l’episodio. Richiede di rinunciare alla gratificazione immediata della reazione per qualcosa che matura in anni, non in settimane.
Ma c’è un costo anche nell’altra direzione, ed è un costo che spesso non calcoliamo.
Ogni dichiarazione reattiva che Confintesa produce consuma credibilità tecnica, ogni volta che si entra nel ciclo della polemica, si esce dal ciclo della costruzione, ogni anno passato a inseguire le mobilitazioni altrui è un anno non investito in ciò che renderebbe quelle mobilitazioni inutili.
Questo è il costo dell’opportunità reale, non quello che si perde restando fermi, quello che si perde muovendosi nel modo sbagliato.

Augusto non ha costruito l’impero combattendo le fazioni. Le ha sostituite con qualcosa di meglio.
Confintesa ha davanti la stessa scelta: non “più sindacato” nel senso che conosciamo ma qualcosa di diverso, di più solido, di più necessario.
Meno opposizione. Più fondazione.
È l’unica via che porta fuori dal sindacalismo del secolo scorso e dentro a quello che serve adesso.

Francesco Prudenzano

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.