Dopo la Consulta Confederale…
Immagino che alcuni concetti siano rimasti sospesi nell’aria del monumento dove ci trovavamo, e che molti concetti, non proprio comuni, non abbiano avuto una comprensione completa e diretta. Proverò a aggiungere qualche parola, specie per gli assenti, e comunque su questi temi resto a disposizione per ogni approfondimento.
Augusto è stato visto al presente, senza mitologia e senza scorciatoie autoritarie facilmente strumentalizzabili. E lo applico a Confintesa, non al “sistema” in astratto.
Se Confintesa vuole superare la logica della factio, non deve fare “più sindacato” né “più protesta”. Deve fare più fondazione. Questo è il cambio di paradigma.
Smettere di competere nel mercato del conflitto
Oggi il sindacato italiano è una economia di fazioni: visibilità = scontro, legittimazione = piazza, consenso = nemico comune. Se Confintesa entra anche solo parzialmente in questa logica, ha già perso, perché gioca su un terreno progettato da altri con mentalità ancorata al secolo scorso.
Cosa fare concretamente:
- niente inseguimento di mobilitazioni altrui;
- niente reazioni “a caldo” su ogni tema politico;
- niente comunicazione impostata su “contro chi”.
Augusto non ha vinto perché era più aggressivo, ma perché ha smesso di giocare al gioco del consumo della Repubblica morente.
Spostare il baricentro: dalla piazza alla struttura
La factio vive dove la piazza decide. Si devi superare la piazza. Cosa significa oggi:
- rendere centrali contratti, enti, formazione, welfare, bilateralità;
- far percepire che le decisioni reali avvengono altrove, in luoghi stabili, tecnici, permanenti;
- far capire che chi non è lì non conta, anche se urla.
Questo è esattamente ciò che Augusto fece, togliendo centralità al Foro senza chiuderlo.
Trasformare il sindacato da “voce” a “infrastruttura”
Le factiones sono voci. L’ordine è infrastruttura. Confintesa deve smettere di essere percepita come: “un soggetto che prende posizione” e diventare “un soggetto senza il quale il sistema non funziona”.
Cosa fare:
- investire ossessivamente in competenza tecnica (lavoro, contrattazione, previdenza, formazione);
- produrre soluzioni operative, non piattaforme rivendicative generiche;
- parlare il linguaggio dell’utilità, non dell’indignazione.
Quando sei infrastruttura, la factio ti scivola addosso.
4. Gerarchizzare senza moralizzare
Questo è cruciale. Non dire:
- “questo è giusto/sbagliato”
- “questo è pericoloso”
- “questo non è legittimo”
Dìre invece:
- “questo non produce risultati”
- “questo non costruisce lavoro”
- “questo non regge nel tempo”
È una differenza enorme. La morale alimenta le fazioni. La funzionalità le uccide. Augusto non ha detto “i populares sono cattivi”. Ha fatto vedere che non servivano.
Offrire appartenenza, non militanza
Qui tocchiamo il punto più delicato e di difficile comprensione. La factio prospera dove le persone si sentono inutili. Il sindacato moderno spesso offre solo militanza simbolica. Confintesa deve offrire:
- ruoli;
- percorsi;
- riconoscimento;
- responsabilità reali.
Chi ha un ruolo non ha bisogno di una fazione.
Neutralizzare il transnazionale con il nazionale forte
Non combattere le reti esterne ma renderle superflue:
- costruendo una identità del lavoro italiana chiara, seria, non folkloristica;
- mostrando che chi lavora qui trova tranquillità, tutela, futuro, non solo protesta;
- facendo capire che l’energia spesa in mobilitazioni ideologiche è mal investita.
Quando il centro è solido, le periferie smettono di attrarre.
Ora la verità finale, senza anestesia
Se Confintesa:
- protesta meno,
- costruisce di più,
- parla meno di nemici,
- diventa indispensabile,
Svuola le factiones. Se invece Confintesa:
- reagisce,
- polemizza,
- si definisce contro,
- si muove sul piano simbolico,
anche senza volerlo, alimenta esattamente ciò che dice di voler superare. Augusto non ha vinto perché ha eliminato i rivali. Ha vinto perché ha reso inutile essere rivali. Questa è la soglia che occorre attraversare. Ed è più difficile della protesta. Ma è l’unica via che ci porta fuori dal secolo scorso.
Primo. Riposizionare Confintesa come “necessità di sistema”, non come attore politico. Ogni volta che Confintesa parla, deve emergere una sola cosa: senza di noi il lavoro non regge. Non “abbiamo ragione”, non “gli altri sbagliano”, ma “questa è la soluzione che funziona”. Questo significa meno dichiarazioni reattive e più documenti strutturali, tecnici, inattaccabili.
Secondo. Costruire luoghi decisionali reali che non passano dalla piazza. Scuole di formazione, Commissioni, piattaforme contrattuali avanzate. Chi vuole incidere deve stare lì. Chi resta fuori diventa marginale senza bisogno di essere combattuto.
Terzo. Uccidere il linguaggio della contrapposizione. Non dire mai “contro”. Usare sempre categorie di efficacia, durata, stabilità, utilità nazionale. La factio vive di identità antagoniste. Muore quando viene giudicata inefficiente.
Quarto. Offrire ruoli veri, non bandiere. Responsabilità, percorsi, funzioni. Chi ha qualcosa da costruire non ha tempo per la fazione. Questo è il punto più sottovalutato e più potente.
Quinto. Assumere il ruolo di centro ordinatore del lavoro, senza proclami. Solo fatti. Quando tutti – imprese, lavoratori, istituzioni – iniziano a regolarsi tenendo conto di quello che produce e propone Confintesa, la partita è vinta senza essere giocata.
Ultima cosa, la più importante: da ora in poi non dobbiamo indulgere più nella diagnosi del caos. La diagnosi rafforza ciò che descrive. La capacità di costruire si afferma ignorando ciò che non serve e costruendo ciò che resta.
Adesso la sfida è non tornare indietro per gusto del confronto.
Da qui in avanti non si tratta più di avere ragione.
Si tratta di diventare inevitabili
