L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE FARÀ PERDERE POSTI DI LAVORO E ABBASSARE I SALARI?

L’intelligenza artificiale ci renderà più produttivi. Libererà gli esseri umani dai lavori ripetitivi. Creerà nuove professioni. Aumenterà la ricchezza e, alla fine, migliorerà la vita di tutti.

È una storia rassicurante.

Ma i primi dati sull’intelligenza artificiale generativa suggeriscono che questa volta il problema potrebbe essere particolarmente serio.

L’errore più comune nel discutere l’impatto dell’IA è cercare una sola cifra: quanti posti di lavoro verranno cancellati? È la domanda sbagliata.
Un’azienda non deve necessariamente licenziare migliaia di persone per ridurre il peso del lavoro nell’economia.
Può semplicemente assumere meno persone. Può sostituire una parte delle mansioni di un dipendente con un software. Può chiedere a dieci lavoratori di produrre quello che prima producevano in quindici.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, circa un lavoro su quattro nel mondo è potenzialmente esposto all’intelligenza artificiale generativa.
Nei Paesi ad alto reddito la quota arriva a circa un lavoro su tre.
Non significa che un terzo dei lavoratori perderà il posto.
Significa qualcosa di più sottile: una parte significativa delle attività oggi svolte dagli esseri umani può essere automatizzata o profondamente trasformata.

E questa distinzione è fondamentale.

Perché se l’IA riesce a fare il 40% del lavoro di un impiegato, non è necessario eliminare la professione. È sufficiente che l’impresa scopra di aver bisogno di meno impiegati.
Può utilizzare l’IA per eliminare le attività svolte dai lavoratori meno esperti e mantenere soltanto una parte del personale più qualificato.
Il risultato è lo stesso: la quantità di lavoro umano necessaria diminuisce.

Ed è proprio qui che le statistiche ufficiali sulla disoccupazione rischiano di raccontare soltanto una parte della storia. Il 25% dei lavoratori è già esposto alla AI.
Se prima l’azienda aveva bisogno di dieci persone e ora ne servono cinque, quelle cinque persone diventano più sostituibili.
E quando aumenta la sostituibilità, il potere di chiedere aumenti salariali tende a diminuire.

Questo ragionamento può sembrare fantascientifico ma non lo è.

Una ricerca recente sull’esposizione alla GenAI negli Stati Uniti stima che il passaggio dal 10° al 90° percentuale di esposizione sia associato a una riduzione dei salari di circa il 4,9% nei dati. Se questi risultati saranno confermati da ulteriori studi, la conseguenza sarà enorme. Perché significherebbe che l’IA non deve necessariamente “rubare” il posto al lavoratore per impoverirlo ma semplicemente rendere il suo lavoro meno costoso e per questo la generazione pagare il prezzo più alto.

Ma cosa succede se l’IA incorpora una parte del sapere che prima veniva acquisito con l’esperienza?
Succede che l’impresa potrebbe avere meno bisogno di lavoratori junior.
E questo crea un paradosso.
L’IA può rendere più produttivo un giovane lavoratore, ma contemporaneamente ridurre il numero di giovani lavoratori di cui l’impresa ha bisogno.

L’intelligenza artificiale potrebbe rendere l’economia enormemente più produttiva.
Ma maggiore produttività non significa automaticamente maggiore occupazione.

Se un’impresa può produrre il doppio con la metà dei dipendenti, dal punto di vista dell’impresa è un successo straordinario.

Dal punto di vista dei lavoratori, dipende da cosa succede alla metà che non serve più.
Ma serve a dimostrare una cosa che spesso viene dimenticata nel dibattito pubblico: non esiste alcuna garanzia che una produttività enormemente più alta richieda altrettanto lavoro umano.

E allora chi si prenderà i soldi?

Questa è la domanda che dovremmo fare molto più spesso.
Supponiamo che grazie all’IA un’azienda riesca a produrre il 30% in più utilizzando il 20% in meno di ore di lavoro.
Dove finisce quel guadagno?
Può essere reinvestito?
Può aumentare i profitti?
Può finanziare nuovi investimenti?
Può anche aumentare gli stipendi?
Oppure può finire in una combinazione di tutte queste cose!

Una parte del lavoro che prima richiedeva un essere umano può ora essere svolta, almeno parzialmente, da una macchina.
E se la macchina continua a migliorare mentre il suo costo marginale resta molto basso, l’incentivo economico ad automatizzare diventa enorme.

Le tecnologie non devono produrre immediatamente disoccupazione di massa per cambiare il mercato del lavoro.

Possono farlo attraverso la riduzione delle nuove assunzioni, la sostituzione graduale delle mansioni, la pressione sui salari e una maggiore concentrazione dei profitti.

Questa rivoluzione potrebbe essere silenziosa
Forse non vedremo più file di milioni di persone davanti agli uffici di collocamento.
Potremmo vedere qualcosa di molto meno spettacolare come, per esempio, un neolaureato che invia 200 curriculum invece di 50; un’azienda che sostituisce cinque nuove assunzioni con un software; un professionista freelance che deve abbassare le proprie tariffe perché l’IA permette ai clienti di fare internamente una parte del lavoro; un impiegato che scopre che il suo stipendio non cresce da cinque anni!

Ma non tutti perderanno e nuove professioni nasceranno.
Nuovi prodotti e servizi diventeranno economicamente convenienti.
Alcuni lavori oggi impossibili potrebbero diventare redditizi.

È già successo con Internet, con il computer e con le precedenti rivoluzioni tecnologiche.

Ma questo non risolve il problema.

Perché una rivoluzione tecnologica può essere positiva per l’economia e negativa per una parte dei lavoratori.

Alla fine, la questione più importante non è tecnologica ma riguarda la politica e l’economia.

Se l’intelligenza artificiale moltiplicherà la produttività, la società avrà davanti due possibilità:

la prima è utilizzare quella produttività per aumentare salari, ridurre l’orario di lavoro, migliorare i servizi e distribuire più ampiamente la ricchezza; la seconda è lasciare che i guadagni si concentrino soprattutto nelle mani di chi possiede i modelli, i dati, i chip, i centri di calcolo e le imprese che li utilizzano.

Per questo la domanda “l’IA ci ruberà il lavoro?” è quasi troppo semplice. La vera domanda che il mercato del lavoro dovrà affrontare è: se una macchina può fare sempre più cose che oggi facciamo noi, quanto varrà il nostro lavoro quando non saremo più indispensabili?

Attendiamo una risposta dalla politica e dalle imprese.

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